LA RAGAZZA DEL SECOLO (It should happen to you), George Cukor, 1954

LA RAGAZZA DEL SECOLO (It should happen to you) è ora disponibile su RaiPlay: un’occasione per ritrovare lo splendore della Hollywood Classica, sospesa tra sogno e realtà, in una fase di cambiamento e nuovi desideri. Diretto da George Cukor e sceneggiato dall’elegante e anarchico Garson Kanin, il film non solo ci regala una delle variazioni più struggenti sul paradigma della “dumb blonde”, grazie alla presenza della vulnerabile Judy Holliday – che con il suo viso pensoso è l’incarnazione stessa dell’illusione; ma anticipa, con le sue riprese in esterni e il suo libero vagabondare, il cinema degli anni a venire. Le riprese di volti, mani, piedi (“perchè scalzi si pensa meglio”), gli squarci su una New York libera e vera si offrono allo spettatore con una qualità sensoriale e un’immediatezza rare; mentre la scrittura finissima di Garson Kanin intuisce, con decenni di anticipo, quella che sarebbe stata l’involuzione contemporanea della “celebrità”.

Ragazza di provincia e senza qualità, Gladys Glover corona il sogno di diventare famosa scrivendo il proprio nome su giganteschi cartelloni pubblicitari. Gladys impone a chiare lettere la sua presenza, il suo nulla, reclamando a gran voce il diritto warholiano alla fama; mentre il mite Jack Lemmon, qui al suo debutto, dà vita a un filmmaker anticonformista e pieno di ideali, che aiuterà Gladys a riscoprire la bellezza di una vita “nascosta”.

Gentile e allo stesso tempo caustico, It should happen to you guarda con lucidità alle debolezze umane, ma nutre molto amore per i suoi personaggi e conserva una fiducia che ci riempie di luce, ancora oggi. Inoltre, con la sua libertà, il film prefigura quel new cinema – da Cassavetes a Scorsese a Woody Allen – fatto di passeggiate introspettive in cui la città diviene territorio dell’anima.

MARTY SUPREME di Josh Safdie (2025)

Continuo a sentirmi molto in sintonia con i Safdie Brothers, anche dopo la loro separazione. Trovo che abbiano due anime differenti, messe in evidenza dai rispettivi lavori: Benny (regista di The Smashing Machine) è il più introspettivo e spirituale, con un debito nei confronti della Nouvelle Vague e più propenso a un cinema fatto di ellissi, sospensioni temporali, legato all’interiorità dei suoi personaggi. Il cinema di Josh Safdie – in sala con l’irresistibile Marty Supreme – è invece una macchina narrativa inarrestabile e travolgente, con un controllo straordinario sulle continue metamorfosi del racconto. In una sorta di stupefazione scivoliamo da una situazione all’altra, in un esplosivo concatenarsi di causa-effetto che attraversa anche la storia dei generi classici: dal dinamismo di Raoul Walsh, ai bassifondi di Robert Wise, al western, sino a tocchi di teatralità in stile Tennessee Williams/Elia Kazan. Il tutto con un’ironia che però non ha la cinica freddezza del postmoderno: Josh Safdie resta un sognatore, e lo prova la commozione che attraversa molte scene (come la stupenda fuga del cane tra coltri di fumo) e l’uso di una colonna sonora elettronica/onirica (del grande Daniel Lopatin, suo storico collaboratore).

Trovo anche che Marty, come altri personaggi dei Safdie, rappresenti, con i suoi continui errori, quell’America che reclama la propria individualità, il diritto a un umanissimo caos. Mi sembra che gli autori americani più interessanti mettano proprio l’accento su personalità “sbagliate” (penso anche ad Anora di Sean Baker, o al protagonista di Mastermind di Kelly Reichardt), che fanno dei propri errori quasi un’arma per affrontare la vita. Un ritorno all’umano, all’errore, una nuova controcultura nell’America “blindata” contemporanea.

Per un approfondimento sui Safdie Brother, si veda lo speciale che comprende Heaven Knows What, Good Time e Uncut Gems