MADEMOISELLE di Park Chan-wook

handmaiden****
Che Park Chan-wook sia un autore straordinario lo si evince dal modo in cui
Mademoiselle (Ah-ga-ssi, 2016) si trasforma dinanzi ai nostri occhi, come oggetto cinematografico “vivo”: un “altro da sé” che ci sfugge, ci seduce, si rivela e infine si ricompone davanti allo spettatore, in un vero e proprio atto di fede. Vedere Mademoiselle è quasi innamorarsi: un’esperienza di attrazione, desiderio, riconoscimento, condotta attraverso il voyeuristico mezzo del cinema – fatto di immagini/baci rubati in un gioco di infinito piacere.

Mademoiselle ha origine in un racconto ambientato in era vittoriana (il romanzo Fingersmith di Sarah Waters) e conserva, dei tratti distintivi dell’epoca, la passionalità tempestosa, un senso profondo del gotico – nelle ombre, nella casa come “presenza” fantasmatica illuminata dalla luna, nella violenza delle emozioni umane – fino al romaticismo di un amore concepito come sentimento puro, strumento di conoscenza, messa a nudo del sè attraverso un “demone” insopprimibile. Allo stesso tempo, il film di Park Chan-wook è emblematico di un confronto culturale – tra Corea e Giappone – che il regista risolve in dati essenziali ma sottili, costruendo il racconto come una fabula i cui personaggi rivestono ruoli archetipici (la vittima, il carnefice, l’eroe) eppure costantemente in fieri, in una tensione alla trasformazione.

Mademoiselle è una sorta di donna velata (in una vertigine hitchcockiana), un’opera in tre atti in cui le ascendenze culturali si moltiplicano, diventando specchio dell’anima di una Corea del Sud  attualmente tra i paesi artisticamente più vivi, brulicante di suggestioni, ispirazioni orientali/occidentali che scolorano l’una nell’altra. E’ un film “popolare” (un revenge thriller) denso di stili e temi universalmente riconoscibili, di fantasmi di cinema americano, influenze della produzione internazionale, storia e tradizione locale; ed è cinema “romanzesco” che il regista destruttura e scompone in una visione postmoderna, moltiplicando i punti di vista e ripercorrendo l’asse temporale avanti e indietro, in un incessante shock per lo spettatore. Mademoiselle, in questo processo, si manifesta ipnotico e incantantorio: un effetto amplificato da dialoghi che si ripetono, tornano, rivestiti di nuovi significati e in una dimensione di sospensione onirica.

Ma questa complessità culturale, resa dal regista in immagini ora di schiettezza mainstream, ora di impalpabile raffinatezza – attraverso movimenti di macchina sinuosi, piani sequenza labirintici, o tableaux vivants di pittorica solennità – non impedisce a Mademoiselle di esprimere il sentimento amoroso con una innocenza di cui Hollywood non è più capace.
La passione che coivolge le due protagoniste si fa rappresentazione pura e giocosa dell’atto sessuale, filmata da Park Chan-wook con sguardo non compromissorio, naturale, eppure meno tetro e colpevole rispetto a quello, altrettanto esplicito, de La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. Il corpo, in Mademoiselle, è innocente, e la nudità si fa elemento fondamentale del racconto. Park Chan-wook ci dona l’immagine, limpida e commovente, delle due giovani come doppio indistinguibile: poste l’una di fronte all’altra in una posa di geometrica armonia, bellissime e prive di abiti, ruoli o maschere, Hideko e Sook-hee appaiono invincibili in un riconoscimento reciproco che le lega fino a confonderle l’una nell’altra. Il sesso diviene verità, e Mademoiselle è la sua rappresentazione di artistica bellezza.

4 thoughts on “MADEMOISELLE di Park Chan-wook

  1. Bella recensione! Gran bel film Ah-ga-ssi, anche se forse un po’ troppo lungo per quello che vuole dire. Lo dice con grande stile, naturalmente, ma Park avrebbe potuto tagliare un po’ qua e là e forse avrebbe dato ancora più forza al film.

    In ogni caso scene così passionali di sesso saffico come in questo film io non ne avevo mai viste!

  2. Quando leggo certi “frammenti” (come questo) mi viene spontaneo un ritorno al “lei” per rispetto nei confronti dell’autrice e pudore rispetto ai miei vulnus (specie di questi ultimi anni). L’interpretazione (chiamarla recensione è insulto) dell’opera è talmente energica e raffinata culturalmente nel proporne le chiavi di lettura che riesce a farmi partecipe di eventi che non dovrei mancare, neanche dalla mia panchina, e accende l’ansia di una visione necessaria quanto l’aria destinata purtroppo all’attesa di un dvd. Per quei pochi attimi, però, che seguono alla lettura mi sento appagato come se stessi uscendo dalla sala. La mia sensibilità viene fecondata non tanto dalla grande professionalità quanto dall’emozione che viene proiettata. Come una scarica di adrenalina. Dura attimi, poi svanisce, ma in quei attimi. Ho visto. Non posso che ringraziarla ancora. Ho una lunga lista di dvd da comprare, spero di avere il tempo per gustarmeli.

    Il 02/10/19, Frammenti di cinema – di Marcella

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