L’ANGELO DEL MALE – BRIGHTBURN di David Yarovesky

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Premessa: il film, nella sua versione italiana, è censurato maldestramente di circa 1 minuto di momenti splatter, essenziali al racconto e all’integrità artistica dell’opera.

Il miglior film horror della stagione. Scritto da Brian e Mark Gunn (rispettivamente fratello e cugino di James Gunn, qui in veste di produttore), e diretto da David Yarovesky, il film si pone come un esperimento radicale volto a terremotare l’asfittico panorama horror statunitense. Con le sue radici profondamente innestate tanto nell’horror quanto nel superhero movie, L’Angelo del Male – Brightburn ci trascina lontano dal teen horror, stilisticamente e nel pensiero che lo anima: ai suoi autori non interessa rassicurare un pubblico adolescente, circoscriverne l’esperienza orrorifica in un parco giochi variamente allestito con jump scares, movimenti di macchina virtuosistici (atti a innescare una posticcia vertigine) e di marcata teatralità; Brightburn riporta l’horror ad una terra di nessuno, sradicando violentemente lo spettatore da una comfort zone di contenuti e stili familiari. Il rischio possibile è il rigetto da parte di un pubblico ormai a disagio nella libertà di un cinema sfrenato: Brightburn è puro piacere degli occhi, è cinema che non esita a lanciarsi in derive surrealiste e soluzioni visive che lasciano senza fiato.

Il regista affronta questo materiale abbandonando, in primo luogo, il vizio di riprese circolari e piani sequenza digitali per concentrarsi su coordinate orizzontali e verticali. Il piano orizzontale è quello umano, inquadrato spesso in campo lungo; quello verticale è il piano del giovane Brandon Breyer, teso costantemente a elevarsi verso quel cielo dal quale è piombato.
Regista e scrittore rovesciano la figura del supereroe sfruttandone i suoi motivi ricorrenti: la diversità, il potere, la dicotomia con l’umano. Malato di un superomismo nietzscheano portato sino alle più estreme conseguenze, il giovane protagonista è un Damien (cfr. The Omen II, 1978) in maschera e mantello, un Superman pubescente di spietata ambizione e ferocia.
Magnificamente interpretato da Jackson A. Dunn, che abbandona le tipiche leziosità di tanti bambini dell’horror contemporaneo, Brandon riesce a suscitare sentimenti opposti in chi guarda: talora silenziosamente affranto, altre crudelmente distaccato o perverso, egli incarna metaforicamente anche la paura genitoriale del figlio come estraneo: cosa che rende lo script di Brian e Mark Gunn estremamente coraggioso.

In una società americana che, anche attraverso la propria produzione cinematografica, presenta la famiglia come nucleo salvifico e necessario, Brightburn riporta nell’horror il concetto di inconoscibilità dell’altro, soprattutto all’interno del nucleo familiare (tema affrontato anche da Jordan Peele in Us). Elizabeth Banks, come Tilda Swinton in …E ora parliamo di Kevin (2011), scopre lentamente la natura “aliena” e malvagia del figlio: BrightBurn ha la forza del miglior cinema drammatico nell’analizzare lo smarrimento dei genitori di fronte a una realtà in frantumi; ma questa riflessione non viene mai ostentata, bensì trattenuta all’interno di una cifra stilistica orgogliosamente orrorifica.

Facendo proprio lo “stato di coscienza” malsano di tanto horror anni ’70 (quanti Angeli del Male troviamo in quel cinema?), Yarovesky mette in scena il germe malato che corrode il progetto familiare; e allo stesso tempo ci racconta il deragliamento del Nuovo Sogno Americano, rappresentato dalla fissazione in forma ossessiva sulla figura del supereroe. BrightBurn nasce dal cinecomic e ne diviene, con una crudeltà spietata e ludica, l’antitesi fieramente degenerata; Yarovesky gira in modo asciutto, essenziale, con la concentrazione allo stesso tempo concreta e trascendente dei migliori B movies.
La bellezza del film risiede nella sua assenza di pudore: è cinema che osa, e ha il suo coronamento in un finale che cita Cocteau e il volo surrealista de La Bella e La Bestia (1946), trasfigurandolo in incubo senza speranza.

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