IL VIZIO DELLA SPERANZA di Edoardo De Angelis

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Castel Volturno come categoria dello spirito: il cinema ne è attratto, è un limbo di disperazione in cui l’umanità sembra perdere coscienza di sé e trascinarsi in una sopravvivenza senza legge né desiderio. Dopo Gomorra, L’Imbalsamatore, Indivisibili (dello stesso De Angelis), dopo Dogman, questo paesaggio ferito e marginale, luogo di migranti, torna ne Il Vizio della Speranza: speranza cui è difficile credere guardando la vita di Maria, “aguzzina” – suo malgrado – di giovani donne incinte, traghettate verso un destino sporco e senza luce. Eppure De Angelis spiega, in diverse interviste, la sua attrazione per Castel Volturno: per il regista è una sorta di “centro del mondo” in cui convivono bellezza e orrore, morte e vita. Un luogo magico e spettrale in cui si agitano sogni perduti, che De Angelis sembra quasi in grado di captare e trasferire nel suo cinema di ombre, di presenze sovrannaturali.

Il personaggio di Maria (Pina Turco) porta su di sé il peso simbolico di un disfacimento che muta in resurrezione. Inizialmente Maria è solo un corpo in azione; è gesti, movimento, passi brutali in una terra scossa e battuta dalla pioggia; sembra non porsi domande, agisce in sequenze impersonali finchè non si apre, nella sua anima, una crepa profonda da cui entra la luce. Maria rompe l’habitus quotidiano alla disperazione, cambia il proprio percorso e scopre di aspettare un bambino: una gravidanza che la riconnette alla terra e all’universo, oltre che all’intimità del proprio essere.

Attraverso il tempo del film, De Angelis trasforma Maria da semplice “agente” del destino a creatura ferita e colma di amore e volontà. Ella è il germe estraneo che si insinua in una disumana desertificazione sentimentale: è la mano che carezza il proprio cane; è la figura protettiva che si stringe nella notte ad una ragazzina disabile di colore, bloccata in un destino di povertà e prostituzione; è la donna che si riscopre bambina attraverso una vecchia fotografia. Maria, come Castel Volturno, è una terra violata e privata dell’innocenza.

De Angelis si sofferma a lungo, intimamente, sul suo volto indurito; e contemporaneamente esplora, attraverso lunghi piani sequenza, una scenografia quasi astratta nella sua crudeltà: il grigio pallore del cielo, il collasso architettonico, le insegne al neon che brillano su un vuoto monocromo. Non è realista, il cinema di De Angelis: è un cinema che ambisce alla spiritualità metaforica, persino ad un impressionismo “pittorico”: Maria e la natura morente sono segni; questa è la cifra distintiva di De Angelis, la sua qualità non da tutti apprezzata.

La vicenda della ragazza trascolora in allegoria che De Angelis spezza con squarci visionari: vi è un legame tra il suo cinema e le malinconie funebri di Gatta Cenerentola di Rak, Guarnieri, Sansone e Cappiello: film di fantasmi, proiezioni future, anti-eroine selvatiche e mute. Con questi autori De Angelis condivide il sogno di un cinema rivelatore, animato da profonda fede personale; la sua religione è l’umanità, riesumata tra le rovine siderali e dimenticate del Volturno.

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